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Metafisica

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Nota disambigua - Se stai cercando la corrente pittorica, vedi Pittura metafisica.

La metafisica è quella parte della filosofia che si occupa degli enti in tutti quegli aspetti che prescindono dal loro aspetto sensibile (oggetto della fisica nel senso pre-scientifico di branca della filosofia che si occupa della natura nella sua realtà empirica, nonché, più modernamente, delle altre scienze particolari) secondo una prospettiva il più ampia e universale possibile. All'ambito della ricerca metafisica appartengono, fra l'altro, il problema dell'esistenza di Dio, dell'anima, dell'essere in sé (ciò che Kant chiama noumeno), nonché la questione della relazione fra l'Essere e l'ente (differenza ontologica) e la risposta alla domanda filosofica fondamentale "perché l'essere piuttosto che il nulla?".

Indice

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[modifica] Etimologia

Il termine metafisica deriva dalla catalogazione dei libri di Aristotele, nell'edizione di Andronico da Rodi (I secolo AC), nella quale la trattazione dell'essenza della realtà fu collocata dopo (in greco "meta") quella della natura (che è la fisica). Il prefisso "meta" assunse poi il significato di "al di là, sopra, oltre". L'etimologia in questo caso può essere fuorviante per una disciplina che si occupa delle "cause prime".

[modifica] Il rapporto con l'ontologia

Secondo alcuni la metafisica andrebbe suddivisa in Ontologia, che studia l'essere in quanto tale (nei suoi principi primi: l'essenza e la causa prima), e in metafisica vera e propria, la quale si occupa dell'essere nella sua generalità. Da questo punto di vista l'ontologia sarebbe una parte della metafisica. Questo, per quanto sia il più diffuso, è solo uno dei possibili approcci.

[modifica] Monismo e dualismo

Una delle problematiche classiche della metafisica è la diatriba se l'essere sia meglio rappresentabile in termini di monismo o dualismo. I sotenitori del dualismo, dei quali Cartesio è un esempio classico, pensano che ciò che esiste sia suddivisibile in mondo sensibile e mondo spirituale (a cui nell'uomo corrisponderebbero corpo ed anima). I sostenitori del monismo, dei quali Spinoza potrebbe essere un esempio caratteristico, sostengono che un'unica essenza è alla base di tutto.

[modifica] Cenni storici

Aristotele definì la metafisica come filosofia prima, come la scienza che aveva per oggetto l'ente in quanto tale, a prescindere dalla realtà percepibile. La metafisica divenne quindi la conoscenza assoluta, in grado di fornire i principi generali ed universali, sulla base dei quali si sarebbero sviluppate le singole scienze, oltre a divenire strumenti riconosciuti come sistema da Plotino, Tommaso d'Aquino, René Descartes, Baruch Spinoza e Gottfried Leibniz.

Anche il filosofo e teologo Alberto Magno (maestro di Tommaso d'Aquino) si occupò di tale tema nella sua opera Metafisica, un commento all'opera di Aristotele, del quale cercava di conciliare il pensiero con le verità della fede cristiana.

Nel '900 russo, la metafisica venne interpretata secondo i termini di una originale metafisica concreta dal pensatore e mistico Pavel Aleksandrovič Florenskij.

[modifica] Le critiche alla metafisica

La critica di questa concezione della metafisica iniziò con David Hume, che poneva come non necessariamente causale il rapporto, che sempre tale era stato considerato, tra appunto una causa e un effetto.

Immanuel Kant si riferì a questa critica come al più duro colpo inferto alla metafisica, ai suoi tempi già "scienza in crisi". Egli tentò quindi una difesa della metafisica, sostenendo che Hume aveva sollevato un giusto dilemma ma che si era "arreso troppo presto". Sulle basi della critica di Hume, Kant ne discusse l'impostazione scientifica, sostenendo che, fino al suo tempo, mai era esistita una metafisica degna di questo nome. Secondo lui una futura metafisica, per potersi fondare come vera e propria scienza, si dovrebbe basare su di un tipo particolare di giudizi, detti sintetici a priori, in grado di far realmente progredire la filosofia, deducendo nuovi predicati dalle categorie a priori dell'intelletto; ma Kant stesso mostra, nella critica della ragion pura, come la via della metafisica sia non ulteriormente percorribile, dalla ragione.

Successivamente la metafisica fu criticata dal positivismo di Auguste Comte, ed il pensiero filosofico contemporaneo ha criticato ogni filosofia che avesse la pretesa di spiegare in modo definitivo ed universale tutta la realtà. Altre critiche distruttive alla metafisica provengono dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, seguendo la vena critica più indiretta, ma non meno efficace dei suoi predecessori Montaigne e Emerson. Egli individuò la genesi di ogni metafisica in Platone, ovvero nel tentativo filosofico di promulgare una duplicazione del reale, sostanziata nella creazione di una prospettiva oltremondana (l'ideale platonico), attraverso cui valutare, o meglio svalutare, la prospettiva mondana, terrena, reale. Nietzsche individua nella metafisica (e nella religione che egli chiama metafisica per il popolo) null'altro che la proiezione verso l'esterno di incertezze connaturate al genere umano, quindi una forma di opposizione passiva alla vita, nonché una reazione fisiologica all'impossibilità di sopportare l'angoscia di un mondo che "danza sui piedi del caos" e obbliga l'uomo a cercare un senso che stia fuori dal mondo, piuttosto che in esso.

La metafisica fu peraltro il fondamento gnoseologico e metodologico di praticamente tutta la filosofia idealista romantica, cui si oppose anche Arthur Schopenhauer, il quale leggeva nella pratica accademica del tempo, la mera affermazione di filosofie statali e oscurantiste, promosse e incentivate dal teismo e dalla religione cristiana.

La metafisica recupera una collocazione per così dire lecita nel Pragmatismo, secondo cui idee e valori avrebbero una legittimità aprioristica fondata sul loro immediato interesse pragmatico, ovvero concretamente spendibile nell'esperienza. Quindi seppure le concezioni metafisiche non siano passibili di verificabilità empirica, avrebbero comunque il merito pratico di guidare concretamente l'azione dell'uomo, di orientare le sue decisioni.

Il Novecento filosofico porterà, seppur per vie diverse e sulla base di teorizzazioni eterogenee o fra loro incompatibili, altri pesanti attacchi alla metafisica. Tra i più illustri antimetafisici va indubbiamente ricordato Ludwig Wittgenstein, che muovendo dall'elaborazione della logica di Frege e Bertrand Russell, e cercando di sancire definitivamente i limiti del linguaggio, individuò nella prassi metafisica la trascendenza dei limiti di significanza del linguaggio umano; celebre è la sua definizione di metafisica, indicata come qualcosa che sorge "quando il linguaggio fa vacanza". Tradotto in termini immediati, Wittgenstein riteneva che le questioni trattate dalla metafisica non potessero avere in nessun modo una soluzione definitiva, in quanto più che problemi filosofici esse concernevano problemi linguistici, sorti sulla base di un fraintendimento logico delle pertinenze del linguaggio stesso. Da cui la convinzione wittgensteiniana che i problemi metafisici non fosse nemmeno problemi, poiché un problema per essere posto, deve essere chiaramente e inequivocabilmente formulato.

L'antimetafisica di Wittgenstein verrà raccolta poi dal Circolo di Vienna e dal Positivismo logico, che ne approfondirà ed integrerà alcuni aspetti impliciti, nel tentativo di edificare una filosofia il più possibile fondata su teorie e pratiche della scienza formale; formulazione che si sostanzia nella teoria del verificazionismo.

In seguito alcuni filosofi tra cui principalmente Karl Popper, sconfesseranno la stessa teoria verificazionista (fondata sull'assunto che ogni enunciato filosofico dovrebbe essere passibile di verifica empirica), come pura metafisica. La verifica di tutti i casi positivi non può in nessun caso provare alcunché, né può essere praticamente applicata; molto più utile alla metodologia scientifica è la ricerca di casi falsificanti, ovvero sconfessanti la teoria originaria. Popper assumerà nei riguardi della metafisica un atteggiamento più moderato rispetto ai neopositivisti logici, sostenendo che essa può trovare cittadinanza presso la pratica filosofica, a patto che dalla speculazione filosofica sia poi possibile desumere teorie scientifiche falsificabili.

Da un altro punto di vista muove la critica di Heidegger alla metafisica, che tuttavia va piuttosto considerata come una prospettiva di interpretazione storico-filosofica, piuttosto che una critica volta a negarne le ragioni e la necessità. In particolare, Heidegger concepisce la storia della metafisica come una manifestazione nel pensiero della storia dell'essere stesso: l'essere si da', si rivela nel pensiero attraverso le definizioni che di esso hanno via via dato i vari pensatori, le varie forme culturali, concependolo ad es. come Idea, come Valore, come Ente supremo, come Monade, come Volontà di potenza, fino a ridurlo a Niente, cioè letteralmente al non-ente, a un che di ignoto e inconoscibile( nichilismo ). La critica di Heidegger alla metafisica è quindi in realtà un tentativo di ripensare l'Essere nella sua originarietà, riportandosi al di qua di tutta la tradizione filosofica che, da Platone in poi, elaborando la metafisica ha condotto l'Essere al suo oblio: la metafisica diviene così uno dei modi entro cui si è manifestato, storicamente, l'Essere stesso, paradossalmente mediante il suo proprio nascondimento concettuale.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Bibliografia

  • Achille Varzi, Ontologia, Laterza, Roma-Bari, 2005 (disponibile anche in forma elettronica)

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Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Metafisica"